Recensione di Andrea Pira, China-Files, di Con lo Spirito Chollima

Corea del Nord – 55 anni di calcio a nord del 38° parallelo

Andrea Pira | 16-12-2011 – 14:00:37
Con lo spirito Chollima è il libro di Marco Bagozzi sulla storia del calcio a nord del 38° parallelo. Dal mondiale del ’66, quando la selezione di Pyongyang vinse contro gli azzurri di Rivera e Mazzola grazie al loro “calcio totale”, allo sport come propaganda e strumento politico anti-imperialista.

Con almeno un lustro di anticipo sull’Ajax degli anni Settanta, il calcio totale fu quello di un dentista, o almeno per anni ritenuto tale, nordcoreano e dei suoi compagni in maglia rossa. “Un gioco estremamente dinamico, molto muscolare”, scrisse il giornalista sportivo Enzo Foglianese, “La Corea del Nord lo praticò con primitiva aggressività e senza pensare in grande, cioè senza pensare”.

È uno dei passi di Con lo spirito Chollima (14 euro, 156 pagine, per ordinarlo scrivere a: [email protected]), carrellata di Marco Bagozzi* in cinquantacinque anni di calcio a nord del 38° parallelo. Il titolo del libro rimanda al nome del leggendario cavallo alato che con pochi balzi copriva lunghissime distanze, portato a simbolo del lavoro collettivo e delle rivoluzione avviata del fondatore dello Stato Kim Il-sung.

L’Eterno leader prima della partenza dei rossi per il Mondiale di calcio del 1966 in Inghilterra esortò così i suoi: “Non aspettatevi di vincere la Coppa, ma una o due partite sì”. E una la vinsero. A Middlesbrough contro l’Italia allenata da Edmondo Fabbri, eliminando dal torneo gli azzurri che potevano schierare Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Enrico Albertosi e Giacomo Bulgarelli.

Fu un disastro o come è ormai passato nel gergo sportivo “una Corea”. A differenza di Johan Cruijff e degli olandesi fantasiosi in campo, quanto liberi fuori, ai nordcoreani furono però fatali, così raccontano le cronache, i festeggiamenti cui si abbandonarono dopo la vittoria e prima della sfida con il Portogallo di Eusebio.

Piaceri “borghesi”
che costarono ai giocatori la sconfitta con i lusitani e l’internamento al ritorno in patria. Sebbene altre ricostruzioni parlino di un accoglienza da eroi. D’altronde, come si legge nell’introduzione, il calcio è un po’ una metafora.

La strategia all’attacco degli anni Sessanta rappresentava lo spirito di un “popolo giovane”, quando erano trascorsi pochi anni dall’indipendenza e dalla fine della guerra contro i cugini del Sud, anni in cui anche lo sport era uno dei fronti nella battaglia contro l’imperialismo. Tanto da stupire tutti nel mondiale britannico sostenendo che in Corea il calcio fu inventato prima che in Inghilterra.

Il ritorno delle maglie rosse alla ribalta mondiale nel 2010 ha avuto invece tutt’altro sapore. Se, come dice il boemo Zeman, ai calciatori piace attaccare, al contrario la Corea del Nord arrivata in Sudafrica lo ha fatto difendendosi. Stessa strategia usata nello scacchiere internazionale, riparando in una politica autarchica e rafforzando il proprio esercito, il quinto più grande al mondo.

Fin dalla divisione tra le due Coree, lo sport ha inoltre caratterizzato le trattative tra il Nord comunista e il Sud filo-occidentale con diversi tentativi di presentare una squadra unica che rappresentasse tutta la penisola. Un traguardo raggiunto nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Sidney, in cui Seul e Pyongyang sfilarono sotto un’unica bandiera, ripetendosi poi ad Atene nel 2004 e a Torino nel 2006 per i Giochi invernali.

[Foto credit: kaffny.com]

*Marco Bagozzi è giornalista freelance e membro della Korean Friendship Association