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Quando la Corea conquistò Washington

Quando la Corea conquistò Washington
da Stato & Potenza

No, non stiamo parlando di fantapolitica o di videogiochi. Più banalmente parliamo solo di calcio.
Ma prima è necessaria una breve premessa: siamo nei primi anni ’90, la Repubblica Popolare Democratica di Corea rimane uno degli ultimi bastioni del socialismo reale ancora in vita. Il crollo dell’Unione Sovietica e di tutti i suoi alleati, con lo sfaldamento e l’eliminazione dei Partiti comunisti al potere, ha causato uno schock geopolitico di dimensioni enormi. Per Pyongyang è una grossa gatta da pelare, visto che la quasi totalità dei rapporti esteri e dell’economia si reggeva sui rapporti con i “paesi fratelli”. Rimane solamente la Cina, alla quale rivolgersi, ma Pechino non è ancora la grande potenza attuale e alcuni “fraintendimenti” ideologici degli anni precedenti sono ancora sul tavolo.
Il governo, guidato ancora dal Grande Leader Kim Il-Sung, prova ad affacciarsi verso Occidente: è giunta l’ora di trattare con gli ex nemici la pace definitiva della Guerra di Corea (tutt’ora vige solamente un armistizio) e la conclusione della Guerra Fredda. Iniziano quindi le lunghe trattative che porteranno nei primi anni 2000 al riconoscimento ufficiale del governo di Pyongyang da parte di numerosi paesi occidentali e ai primi accordi tra RPDC Corea, Sud Corea e Stati Uniti, prima del famoso intervento di George W.Bush sull’Asse del Male, che fece tornare la diplomazia mondiale indietro di 10 anni.
Anche lo sport ebbe il suo ruolo in queste trattative. Tutto partì con le Olimpiadi di Seul, che nonostante videro il boicottaggio del Comitato Olimpico nordcoreano, misero di fronte le due diplomazie coreane, che cominciarono a parlare raggiungendo dei primi interessanti accordi: nel 1991 una squadra unita coreana partecipò ai Mondiali di Tennis Tavolo di Nogoya, Giappone, e al Mondiale di calcio under-20, giocato in Portogallo. I risultati sportivi ottenuti furono di primo livello: nel tennis tavolo la squadra femminile conquistò il mondiale, mentre nel calcio arrivò addirittura una vittoria contro l’Argentina. Si giocarono anche due storice “Partite della riunificazione” tra le due selezioni coreane con un risultato da par condicio: a Pyongyang vinse il nord, a Seul il sud.
A suggellare il riallacciamento dei rapporti arrivò anche l’invito della United States Soccer Federation: ai coreani fu proposta un’amichevole da giocarsi proprio nella capitale degli Stati Uniti. Un evento unico, senza precedenti!
Per gli americani la partita diventerà una delle sfide del triennio di avvicinamento ai Mondiali 1994, organizzati in casa, mentre per i coreani sarà un’ottima tappa di preparazione per la successiva Coppa d’Asia.
I coreani arrivano dalla guida di Pak Du-Ik, il giustiziere dell’Italia nel 1966, che portò la squadra al girone finale per la qualificazione i Mondiali 1990, che avrebbero permesso un clamoroso rendez vous con l’Italia calcistica e soprattutto con numerosi nazionali protagonisti nella storica cavalcata del 25 Aprile, la formazione militare, che arrivò al quarto posto nella Coppa dei Campioni d’Asia del 1991. Gli statunitensi invece, ad Italia 90 ci andarono pur fermati al girone eliminatorio, ed erano reduci dalla vittoria nella Gold Cup, in finale contro il Messico..
Per preparare al meglio la federazione calcistica coreana decide di affidarsi, per la prima volta, ad un allenatore straniero: la scelta cade sull’ungherese Pal Csernai. 59 anni, giramondo del pallone, da calciatore ha militato nel Karlsrhue e nello Stuggarter Kickers, da allenatore ha guidato il Royal Antwerp Football Club (conosciuto in italiano come Anversa), il Bayern München (con il quale ha vinto 2 Bundesliga e una Coppa di Germania), il Benefica (una coppa del Portogallo), il Fenerbache, l’Eintracht Frankfurt e l’Herta Berlin. Diventa famoso per il “Metodo Pal” un particolare modo di schierare la difesa a zona.
«Sono arrivato a Pyongyang con l’imperativo di preparare al meglio la partita di Washington: mi hanno concesso tre settimane per convocare i giocatori, ma dopo solo 14 giorni ho dovuto presentare la lista definitiva per poter organizzare i visti verso l’America».
Il 19 ottobre al Robert F. Kennedy Memorial Stadium di Washington scendono in campo le nazionali di Usa e Corea. Gli americani, che presentarono anche il nuovo CT Bora Milutinović (altro giramondo del pallone) schierano i loro uomini migliori: Tony Meola, Marcelo Balboa, Desmond Armstrong, Fernando Clavijo, Chris Henderson, Dominic Kinnear, Janusk Michallik, Hugo Perez, Brian Quinn, Eric Winalda.
I coreani scendono in campo con Pak Kyong-Chol tra i pali, Kim Gwang-Min, Kim Kyong-Il, Tak Yong-Bin, Pang Gwang-Chol nella linea difensiva, Ryu Song-Kun, Chong Song-Dok, Choi Yong-Son, Cho Yong-Nam a menare le danze a centrocampo e il capitano Yun Jong-Su [c] (Choi Won-Nam 30′) con il giovane talento Cho In-Chol a guidare l’attacco.
Di fronte a 16.351 spettatori i coreani passano in vantaggio al 13’ grazie a Yun Jong-Su, che al 30’ dovrà lasciare il terreno di gioco per far spazio a Choi Won-Nam. Gli americani trovano il pareggio con una rete dell’attaccante Bruce Murray al 25’. Milutinovic prova a sistemare il centrocampo sostituendo Michallik con Bruce Savane (al 46’), ma dopo solo tre minuti dall’inizio del secondo tempo è Yong Song-Choi a segnare la rete che porta la vittoria a Pyongyang. Inutili l’arrembaggio finale degli americani e i cambi di Kinnear con Ted Eck (64’) e Henderson con Philip Gyau alla partita d’addio alla nazionale (77’), mentre Csernai blinda il risultato con Pak Myong-Hun al posto di Cho In-Chol.
Il ritorno in Patria, su un aereo militare proveniente da Pechino, è un trionfo per i calciatori coreani: «Nonostante siamo tornati di notte, l’aeroporto era illuminato come di giorno, lungo tutta la strada c’erano lunghe file di bambini con fiori e molti politici che hanno accolto molto favorevolmente la squadra» racconterà Pal Csernai.

Marco Bagozzi

Long Tradition of Korean Football

Pyongyang, February 24 (KCNA) — Korea has a long history in playing football.

Korean people, dating back to Koguryo kingdom (277 B.C.-668 A.D.), were good at playing ball and young people of Silla kingdom used to enjoy ball game, according to historical records of Korea and China.

This folk game was called “Chukguk ” in the period of the three kingdoms (Koguryo, Paekje and Silla). It would be played at a wide playground with netted poles on both sides where the two teams, each consisting of seven or eight players, competed with a leather ball.

The historical facts go to prove that “Chukguk” was a traditional folk game similar to modern football, rugby and basketball.

It has been known that the folk game was played in 1897 when there was the first football tournament in Korea.

Most of the players who took part in the first western football match, called “Chokgu”, were from foreign language schools and interpreters serving at the royal palace.

They learned sports as well as foreign languages from western teachers and later formed a football club, contributing to popularizing modern football in the country.

First Korean Football Team

First Korean Football TeaFirst Korean Football Team

The first Korean football team was formed by the graduates of Pyongyang Taesong and Sungsil middle schools in 1918. Hence its name Muo team meaning “ team of 1918.”

Most of its members were teachers. They would gather at one place for training before matches.

Sound mind and strong beef were preferential consideration to skill and tactics at that time. But the Muo team was featured by the combination of all those qualities. At the national games held from 1921 it carried off the championships six consecutive times and first prize at all Korean football games held in 1921. That time national football games were held separately both in Pyongyang and Seoul.

From 1933 the Muo team joined in the Pyongyang football team to compete the Seoul team in the two-city football matches, remaining one of the two strongest teams in Korea.

O Chol Hun

 

E' morto Pak Seung-Zin

L'amico Nick Bonner mi comunica la triste notizia del decesso della stella del calcio coreano Pak Seung-Zin.

Pak Seung-Zin era il giocatore più rappresentativo della nazionale coreana che ha sorpreso il mondo nei mondiali del 1966.

Centrocampista centrale, giocatore di ottima tecnica e resistenza fisica, durante quel mondiale è stato l'unico coreano a mettere a segno due reti: una contro il Cile e una contro il Portogallo.

Ha giocato in nazionale fino al 1973.

La sua vita è stata vittima di speculazioni politiche e propagandistiche, ma come ha confermato lo stesso Pak, nel documentario The games of their lives, dopo aver chiuso con il calcio giocato è diventato un allenatore.

Pak Seung-Zin era nato a Wonsan l'11 gennaio 1941.

Edit: Grazie a Nick Bonner, le condoglianze del blog e dei tifosi della RDPC verranno portate direttamente alla famiglia di Pak.

Anniversario: 19 luglio 1966, Middlesbrough, Italia – Corea 0 – 1

«Ma la storia per i giovani atleti coreani è ancora da scrivere: 19 luglio 1966, il palcoscenico è ormai alla periferia di Pyongyang: l’Ayresome Park è tutto per i “Chollima boys”»
Tratto da Dai Ridolini al pianto di Jong. 55 anni di calcio nella Repubblica Democratica Popolare di Corea, libro di prossima uscita.

PER VEDERE L'INTERA PARTITA:
http://calciocorea.splinder.com/post/25101980/guarda-le-partite-storiche-del-calcio-coreano

GUARDA LE PARTITE STORICHE DEL CALCIO COREANO!

GUARDA LE PARTITE STORICHE DEL CALCIO COREANO!

 
19 luglio 1966 RPDC – Italia 1-0
(commento in inglese, DVX)

23 luglio 1966 RPDC – Portogallo 3-5
(commento in italiano, DVD)

15 giugno 2010 RPDC – Brasile 1-2
(commento in inglese, DVX)

 
OGNI DVX-DVD COSTA SOLO 5 €
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Korea contro Korea

Korea contro Korea

di Simone Pierotti,
fonte: Storie (stra)ordinarie di sport


Quando, nel 1948, viene adottata la decisione di suddividere la penisola coreana in due diversi Stati – l’uno ispirato al modello delle democrazie liberali, l’altro di stampo comunista – probabilmente, anzi, sicuramente nessuno si sofferma a riflettere sulle ripercussioni che essa avrà in ambito sportivo. Eppure, prima o poi, le strade di Corea del Nord e Corea del Sud troveranno un punto d’incontro (o di scontro?) non solo in un campo di battaglia, ma anche da gioco. Forse perché, come sosteneva qualche anno prima George Orwell, lo sport non è altro che un’imitazione della guerra. E così fu.

Nove anni dopo l'approdo in Giappone, il calcio sbarca anche nella vicina Corea, protettorato dell'impero nipponico: è il 1882 quando, nel porto di Inch'ŏn, attracca la nave inglese "Flying Fish" ed alcuni marinai scendono a terra, improvvi-sando una partita di pallone sulla banchina. Le autorità portuali intervengono prontamente: il gioco del calcio è proibito. Ma alcuni ragazzini assistono alla scena e, incuriositi, emulano gli stranieri: da quel momento, il pallone non si fermerà più nella penisola coreana e, anzi, conoscerà una maggior popolarità ed una più rapida diffusione rispetto al Giappone, dove invece farà più fatica ad affermarsi. A partire dal 1929, poi, vengono istituiti i giochi Kyŏng-P’yŏng, da cui emerge la rivalità tra P'yŏngyang e Seul: sono gli anni dell'annessione all'impero nipponico e, per i coreani, le partite di calcio diventano l'unico, vero momento di libertà. Non solo: le numerose vittorie nei vari scontri diretti con la nazionale giapponese fanno germogliare il desiderio di indipendenza, da parte dei coreani, e per molti giovani il calcio è un modo per sviluppare le forze fisiche e mentali necessarie per affrontare un'eventuale guerra. Per i giapponesi è una minaccia, tanto più che in Corea i pali delle porte sono dipinti di nero anziché di bianco, il colore nazionale. Molti atleti, poi, vengono convocati, anche fuori dell'ambito calcistico, nelle rappresentative giapponesi: c'è, insomma, da tenere a bada questo pericoloso movimento nazionalista.

I giochi Kyŏng-P’yŏng vanno in scena per otto volte, fino al 25 marzo 1946: è questa la data dell'ultimo incontro di calcio tra le due città. La Seconda guerra mondiale, nel frattempo, ha fatto sì che l'invasore giapponese, duramente sconfitto e bombardato, fosse costr

etto alla ritirata. Ma la fine della dominazione straniera non coincide con l'indipendenza della Corea. Tutt'altro: le potenze vincitrici si spartiscono la penisola e tracciano il confine in prossimità del 38° parallelo. La porzione di territorio a nord va all'Unione Sovietica – che ha liberato il paese dall'occupazione nipponica -, quella meridionale finisce agli Stati Uniti: è il primo passo verso la creazione, nel 1948, di due nuovi stati, Corea del Nord e Corea del Sud, che parlano la stessa lingua ma finiscono sotto aree di influenza agli antipodi. Passa un paio di anni e scoppia la guerra, uno degli eventi simbolici dell'era della cortina di ferro eppure finito spesso nel dimenticatoio: i nordcoreani sferrano l'attacco nel tentativo di riunificare la penisola e, sullo schiacchiere, giocano la loro partita pure Cina e Stati Uniti, a sostegno dell'uno e dell'altro paese. Si lotta aspramente, si contano le prime vittime (saranno oltre i 4 milioni) fino al 27 luglio 1953, giorno della firma dell'armistizio a P'anmunjŏm, cui fa seguito la creazione della Zona demilitarizzata, confine armato lungo 248 kilometri. Ma sarà una pace di facciata. Perché l'accordo non fa che confermare uno status quo che lascia scontente entrambe le metà della penisola. E, mentre a P'yŏngyang il comunismo del leader Kim Ilsŏng si discosta ben presto dai modelli stalinista e maoista, a Seul si succedono numero-se repubbliche su cui gli Stati Uniti esercitano pressioni.

Farà un certo imbarazzo, dunque, affron-tarsi successivamente in ambito sportivo e vedere due diverse bandiere quando, in realtà, buona parte dei coreani preme per la ricongiunzione delle parti. E, quasi trenta anni dopo la divisione della penisola, ecco che il destino inizia a metter mano sui rapporti tra i due paesi: il 6 maggio 1976 diventa una data storica, allorché le rispettive selezioni calcistiche si ritrovano da avversarie. Per la prima volta, Corea del Nord e Corea del Sud si sfidano a colpi di pallone: è Bangkok ad ospitare l’incontro, valido per le semifinali dei Campionati asiatici di calcio giovanili, che si conclude con la vittoria stringata (1-0) della metà settentrionale della penisola. Due anni dopo, poi, è la volta della prima sfida tra le nazionali maggiori: ironia della sorte, è nuovamente Bangkok il teatro della sfida fratricida tra P'yŏngyang e Seul. E, questa volta, si lotta per un premio ancor più prestigioso: la vittoria dei Giochi asiatici. Un’edizione particolarmente ricca di significati, quella che si disputa in Indocina: la capitale thailandese viene scelta dopo le precedenti rinunce di Singapore, per motivi finanziari, e di Islamabad a causa dei conflitti che vedono il Pakistan impegnato contro il Bangladesh e l'India. È anche l’edizione che coincide con l’espulsione delle rappresentative israeliane dai Giochi asiatici. Soprattutto, è l’edizione che regala Corea del Nord-Corea del Sud come duello finale del torneo di calcio nel trentesimo anniversario della loro data di fondazione: entrambe marciano spedite verso l’atto supremo, senza perdere un solo incontro e dando saggio di grande forza. Ma nell’atteso scontro tra titani nessuna delle due riesce a prevalere, neppure dopo i tempi supplementari: niente rigori, il regolamento prevede che il primo posto venga assegnato ex aequo. Vince, è il caso di dire, la Corea. Senza distinzioni geopolitiche.

Si entra così negli anni Ottanta, quelli dei boicottaggi ai Giochi Olimpici (prima i paesi del Patto Atlantico a Mosca, poi quelli del blocco sovietico a Los Angeles) e della fine della guerra fredda. Anni in cui i derby tra le due Coree si fanno via via più frequenti. Già il 28 settembre 1980: in Kuwait è il giorno delle semifinali della Coppa d'Asia ed il destino ha voluto che una delle due debba rinunciare alla medaglia d'oro. Quella squadra è la Corea del Nord: in vantaggio dopo poco più di un quarto d'ora grazie al rigore trasformato da Pak Chonghon, la nazionale della parte settentrionale della penisola si fa riacciuffare e poi scavalcare nel giro di dieci minuti quando la partita sembrava ormai finita. Il giustiziere di P’yŏngyang ha ventuno anni: si chiama Ch’ŏng Haewŏn.

Il quarto confronto tra i due stati avviene, per la terza volta, in Thailandia: è qui che, nel novembre 1981, si disputa la quattordicesima King’s Cup, torneo internazionale a cadenza annuale al quale prendono parte anche alcune nazionali europee. In realtà, Corea del Nord e Co-rea del Sud inviano le loro rappre-sentative militari, entrambe inserite nel girone 2: la vittoria torna ad arridere ai settentrionali che, imponendosi per 2-0, ipotecano la qualificazione al turno suc-cessivo. In tre incontri, la Corea del Nord ne vince due, senza mai subire reti. Una gioia destinata, tuttavia, a non ripetersi per otto anni. 16 ottobre 1989: mentre la guerra fredda tra USA e URSS volge ormai al termine – e di lì a poche settimane crollerà il Muro di Berlino – a Singapore le due nazionali scendono in campo in un match valido per le quali-icazioni ai Mondiali di Italia ’90.

Dopo diciotto minuti Hwang Sŏnhong segna la rete che decide l’incontro. Un successo bissato qualche mese dopo, il 29 luglio 1990: a Pechino le due nazionali tornano a fronteggiarsi per tenere a battesimo la Dynasty Cup, manifestazione sportiva riservata alle federazioni calcistiche dell’Estremo Oriente. E la Corea del Sud s'impone di nuovo con il minimo scarto.

Ma il vero evento è a ottobre: a distanza di due settimane, il derby del 38° parallelo si gioca per la prima volta nei rispettivi paesi. Questa volta non ci sono trofei o qualificazioni ai Mondiali in palio: Corea del Nord e Corea del Sud danno vita ad una serie di amichevoli meglio note come “partite della riunificazione”. Il calcio diventa, pertanto, uno strumento diplomatico per provare ad unire nuovamente la penisola coreana sotto un’unica bandiera, favorendo il riavvicinamento ed il disgelo tra le due parti. Che, guarda caso, prenderà il via proprio negli anni Novanta, toccando poi l'apice agli inizi del nuovo millennio. Si arriva così ad un altro, storico incontro: quello dell’11 ottobre 1990 che va in scena nel mastodontico “Rungrado May Day Stadium” di P’yŏngyang, avveniristica struttura simile ad un fiore di magnolia, che può ospitare oltre 150mila spettatori. E, non a caso, gli spalti fanno registrare il tutto esaurito. A metà del primo tempo la rete del sudcoreano Kim Chusŏng sembra presagire alla terza vittoria consecutiva di Seul, ma ad inizio ripresa il capitano Yun Chŏngsu fa impazzire i sostenitori locali siglando il pareggio. Ed in pieno recupero, due minuti oltre lo scadere del n

ovantesimo, Thak Yŏngbin trasforma il rigore che completa la rimonta e regala alla Corea del Nord il successo per 2-1. Dodici giorni dopo, il 23 ottobre, si torna nuovamente a giocare ma a campi invertiti: all’Olimpico di Seul la sponda meridionale della penisola vendica il ko con un’altra rete decisiva, dopo ventincique minuti, di Hwang Sŏnghong.

Il 1991 è un anno di pausa, quanto ad amichevoli o partite di un certo peso. Ma non è un anno qualsiasi. Ai Mondiali di calcio Under 20, ospitati dal Portogallo, Nord e Sud uniscono le forze e si pre-sentano sotto un’unica bandiera: è quella della Corea unificata, un vessillo bianco al cui centro risalta il profilo, colorato di azzurro, della penisola. Una circostanza che, però, non avrà alcun seguito, nonostante i giovani coreani scrivano una delle pagine più belle battendo di misura l’Argentina. Il confronto diretto tra le due Coree ritorna il 24 agosto 1992: ancora Pechino, ancora Dynasty Cup. A differenza delle precedenti sfide, però, in terra cinese esce un salomonico pareggio: al (solito) vantaggio sudcoreano del futuro capitano Hong Myŏngbo replica, nuovamente nelle battute conclusive, Ch’ŭi Yongson. Senza storia, invece, l’incontro che va in scena in Qatar il 28 ottobre 1993: la Corea del Sud è in piena corsa per la qualificazione ai Mondiali americani ed i cugini del nord proprio non riescono ad opporre resistenza. Al triplice fischio finale è 3-0, la vittoria con il maggior scarto nella storia delle sfide fratricide, con le reti che giungono tutte nella ripresa: i marcatori sono Ko Chŏngwun, Ha Sŏkchu e, soprattutto, Hwang Sŏnhong. Segnando il momentaneo raddoppio, l’attaccante transitato brevemente dalla Bundesliga diventa il detentore di un curioso record: con tre reti è lui il cannoniere più prolifico nella storia delle varie sfide sull’asse P'yŏngyang-Seul.

Per dodici anni, poi, non succede più nulla (eccezion fatta per un’amichevole a Seul nel settembre 2002 tra le nazionali giovanili, organizzata dalla Fondazione Europa-Corea e sponsorizzata dalla federcalcio del Sud). Non fuori dal campo di gioco, comunque: nel giugno 2000, in un incontro a P'yŏngyang, il presidente sudcoreano Kim Taejung inaugura la cosiddetta "politica del sole splendente", volta al riavvicinamento tra le due parti della penisola, e riceve per questo il Premio Nobel per la Pace. Nemmeno tre mesi dopo la linea di Taejung viene applicata alla lettera: a Sydney, alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, le due Coree sfilano infatti assieme con la bandiera della riunificazione, scena che si ripeterà anche ad Atene nel 2004 e a Torino per i Giochi invernali due anni dopo. Si torna ai derby calcistici il 4 agosto 2005, nel pieno dei Campionati est-asiatici, ereditieri dell'ormai defunta Dynasty Cup: a Chŏnchu, città sudcoreana che ha ospitato al

cune partite dei Mondiali di calcio del 2002, le due nazionali si preoccupano prima di tutto della fase difensiva e non si aggrediscono vicendevolmente. Come nel primo incontro tra le nazionali maggiori del 1978, tra Corea del Nord e Corea del Sud è pareggio a reti bianche. Non sarà così dieci giorni dopo per un altro appun-amento con le amichevoli della riunificazione: è il 14 agosto e a Seul regna un clima gioioso. Il giorno dopo, infatti, si celebra l’anniversario della liberazione dal Giappone. I sessanta anni della prestigiosa ricorrenza non potevano ricevere miglior festeggiamento: i “diavoli rossi” assestano il secondo 3-0 nella storia dei confronti diretti, con i gol di Ch’ŏng Kyŏngho, Kim Chinyong e Pak Chuyŏng.

Altro anno chiave è il 2008: mentre a Seul sale al potere il conservatore Yi Myŏngbak, sotto la cui presidenza i rapporti diplomatici intercoreani si raffreddano, per quattro volte in meno di sette mesi Nord e Sud si sfidano in ambito calcistico. Un’abbuffata di derby che si chiude senza vinti né vincitori. Si inizia il 20 febbraio con un altro incontro valido per i Campionati est-asiatici, nella città cinese di Chongping: l’ennesima illusione di supremazia sudcoreana si concretizza con il gol di Yŏm Kihun, ad un quarto d’ora dalla fine Chong Taese riporta tutti con i piedi per terra. Il 26 marzo, invece, ci si gioca la qualificazione ai Mondiali in Sud Africa: è Shangai ad ospitare, per motivi politici, l’incontro che vede i nordcoreani come nazione ospitante. Niente reti, niente vincitori o sconfitti: la stessa trama che offre il match di ritorno a Seul, giocato il 22 giugno. Passata l’estate, è nuovamente Corea del Nord-Corea del Sud: a Shangai, il 10 settembre, le due cugine osano maggiormente rispetto alle precedenti uscite e segnano un gol a testa. E, come a voler spezzare la catena, stavolta sono i padroni di casa a sbloccare il risultato con il rigore di Hong Chŏngcho, cui fa seguito dopo nemmeno cinque minuti il pareggio definitivo di Ki Sŏngyong. L’ultimo incrocio avviene il 1° aprile 2009 a Seul, per la gara di ritorno della seconda fase della qualificazione mondiale: mancano appena tre minuti al termine quando Kim Chi'u regala alla Corea del Sud l'ennesima vittoria in questa serie di derby dal sapore molto particolare.

Ma calcio e potere non sembrano andare d'accordo, lungo il 38° parallelo: se, infatti, nelle varie amichevoli i tifosi coreani hanno sventolato con orgoglio la bandiera della riunificazione, non altrettanto si può dire dei rispettivi leader. Il Nord riprende i test nucleari ed inizia la difficile scelta per il successore del Caro leader Kim Chŏng'il, le cui conseguenze su

l processo di riunificazione sono del tutto imprevedibili; il Sud, oramai divenuto una potenza economica emergente, non prosegue nel solco della linea tracciata da Taejung ad inizio millennio. Il segno tangibile di questa fase di stallo è dato dal rischio di chiusura del complesso industriale di Kaesŏng, in Corea del Nord, dove Seul investe denaro attraverso la presenza di oltre un centinaio di imprese e P'yŏngyang fornisce la forza lavoro a bassissimo costo. E poi c'è l'escalation militare del 2010: a marzo cola a picco, con quarantasei marinai a bordo, la corvetta sudcoreana Ch'ŏnan e subito viene attribuita la responsabilità all'altra metà della penisola. Ben peggio è quanto accade a novembre, quando i nordcoreani aprono il fuoco sull'isola di Yŏnp'yŏng, la cui attribuzione al Sud nel 1953 mai è stata riconosciuta dal Nord: è il primo attacco diretto sul suolo sud-oreano dai tempi della guerra civile. Il processo di ricongiunzione dei due paesi conosce ostacoli e certamente le altre potenze in gioco – Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti – avrebbero nella Corea unificata un avversario economicamente competitivo. E pensare che, nella corsa all'organizzazione dei Mondiali 2022, la Corea del Sud si dice pronta a far ospitare alcuni incontri nel Nord. Forse, allora, è vero: dove la politica divide, lo sport prova ad unire. Con buona pace di Orwell…

Fonti:
http://www.bloomberg.com
http://www.kfa.or.kr
http://www.rsssf.com

Lo sport coreano e la lotta di liberazione nazionale

Riportiamo la prima parte dell'articolo di Mauro Valeri, Il pallone asiatico passa per Seoul, apparso su i quaderni speciali di Limes "Corea, la guerra sospesa".
L'articolo è dedicato alla storia del calcio sudcoreano, ma questo primo paragrafo è meritevole di essere riporato per ricordare quello che è stato il ruolo dello sport nella lotta di liberazione nazionale del Popolo coreano.

Secondo un ipotesi avvalorata da diversi studiosi, il calcio avrebbe un antenato asiatico: lo cuju inventato dai cine­si nel 2600 a.C, da cui sarebbe derivato il kemari giapponese nel 1000 a.C, e la sua variante coreana, il ch'ukku. Tuttavia, dato che per gran parte del XX secolo il calcio asiatico è rimasto ai margini dello scenario internazionale, ad aver credi­to è un'altra ipotesi, quella classica, che ritiene che anche nella penisola coreana il soccer sia stato portato dagli inglesi già alla fine del XIX secolo. Per la precisio­ne nel 1882, ad opera del solito equipaggio inglese giunto al porto di Inch'òn. In realtà, le prime notizie di tentativi di organizzare il calcio coreano risalgono solo al periodo dell'occupazione giapponese (1910-1945).
Sappiamo che nel 1921 viene disputato il primo campionato, che nel 1929 sono organizzate partite tra squadre di P'yóngyang e di Kyòngsòng (antico no­me di Seoul) e che nel 1933 viene istituita una federazione calcistica. Ma in que­sti anni di occupazione, il vero mito sportivo è Son Kijòng. Nato nel Nord della Corea, dopo aver battuto nel 1935 il record mondiale di maratona con 2h26'42", era stato portato alle Olimpiadi di Berlino come membro della delegazione giap­ponese, che lo aveva iscritto con il nome nipponizzato di Son Kitei. Davanti a Hitler, Son aveva vinto, quasi in scioltezza, la medaglia d'oro, mentre il bronzo era andato a un altro coreano, Nam Sùng'yong, anche lui iscritto come giappone­se. Da nazionalista convinto qual era, nel corso della cerimonia di premiazione Son aveva abbassato la testa in segno di protesta. Anche dopo aveva continuato a firmarsi con il suo nome coreano e a dichiarare che il suo paese non era il Giappone ma la Corea (anche se ancora oggi quelle medaglie sono assegnate al Giappone).
Anche nel calcio avvengono episodi di ribellione sportiva. L'evento più si­gnificativo si registra il 16 agosto 1942 quando a Kyòngsòng, nel corso di un'amichevole, una rappresentativa coreana batte con un sonoro 5-0 la Nazionale giapponese.